Ho pensato a lungo a cosa dire su questo libro e ho atteso molto prima di
scrivere la recensione. Sapevo che, a caldo, sarei stata approssimativa e forse
scontata nelle parole; così ho preferito prendermi del tempo per riflettere
sugli aspetti che più mi hanno colpita.
La storia parla di Charlie Gordon, un ragazzo con seri problemi cognitivi
che si affida a un’équipe medica per sottoporsi a un intervento sperimentale al
cervello, capace di aumentare l’intelligenza. Il romanzo racconta il suo
desiderio viscerale di “diventare intelligente”, di essere più consapevole,
sicuro di sé e accettato dalla società. L’operazione è nuova per gli esseri
umani e finora è stata testata solo su un topolino, Algernon, su cui ha avuto
successo.
Il libro è narrato in prima persona attraverso i “rapporti di progresso”, il
diario di Charlie. In quelle pagine seguiamo la sua evoluzione (e involuzione)
non solo attraverso ciò che racconta, ma anche tramite il suo linguaggio, la
sua sintassi, il modo in cui percepisce sé stesso e il mondo. Leggere quel
diario è come instaurare un dialogo diretto con lui: ci rende partecipi dei
suoi pensieri più intimi, quasi come se fossimo una parte della sua mente.
Il desiderio di Charlie di diventare intelligente emerge sin dalle prime
righe e diventa un mantra che ritorna pagina dopo pagina, una ricerca continua
di felicità e, per certi versi, un’ossessione. Ma questa stessa aspirazione si
rivela anche una condanna: il romanzo ci mostra che l’intelligenza non è
sinonimo di felicità e che sapere di più non sempre significa vivere meglio.
Il racconto mette in luce anche la solitudine di Charlie, una solitudine che
cambia forma nel corso della storia: prima legata alla sua ingenuità, poi alle
incomprensioni, alla saccenza, alla sensazione di superiorità, fino ad arrivare
alla perdita di sé. Paradossalmente, l’unico vero amico che trova lungo il
percorso è Algernon, il topolino che condivide con lui la stessa esperienza.
Un altro aspetto che mi ha colpita è la dualità tra il “nuovo” Charlie e il
Charlie di prima, che sembra attendere nell’ombra. È sempre lui, in entrambe le
versioni, ma leggendo il diario si ha quasi la sensazione di osservare due
protagonisti distinti: uno che avanza e uno che, come un avvoltoio, aspetta il
momento di riprendersi ciò che è suo.
Mi ha colpito molto anche il suo rapporto con i ricordi. Quando vive nel suo
stato di “ignoranza”, il passato gli appare confuso; ma man mano che
l’operazione ha successo e la sua mente si rischiara, tutto torna nitido,
doloroso, difficile da affrontare. Vedere la realtà per ciò che è, scoprire che
ciò che credeva giusto non lo era, o che le persone di cui si fidava non erano
così affidabili, porta a chiedersi se, a volte, non sia davvero “meglio non
sapere” per non soffrire. È una domanda che il romanzo lascia aperta: è
preferibile rimanere nell’ignoranza per evitare il dolore, o essere
intelligenti e consapevoli per affrontarlo?
In definitiva, Charlie mi ha fatto riflettere molto sulla nostra continua
ricerca di essere migliori, di dimostrare qualcosa, di essere accettati. E su
quanto spesso, in questo percorso, dimentichiamo la cosa più importante:
accettare noi stessi per ciò che siamo.







