lunedì 23 febbraio 2026

Fiori per Algernon - Daniel Keyes


Ho pensato a lungo a cosa dire su questo libro e ho atteso molto prima di scrivere la recensione. Sapevo che, a caldo, sarei stata approssimativa e forse scontata nelle parole; così ho preferito prendermi del tempo per riflettere sugli aspetti che più mi hanno colpita.

La storia parla di Charlie Gordon, un ragazzo con seri problemi cognitivi che si affida a un’équipe medica per sottoporsi a un intervento sperimentale al cervello, capace di aumentare l’intelligenza. Il romanzo racconta il suo desiderio viscerale di “diventare intelligente”, di essere più consapevole, sicuro di sé e accettato dalla società. L’operazione è nuova per gli esseri umani e finora è stata testata solo su un topolino, Algernon, su cui ha avuto successo.

Il libro è narrato in prima persona attraverso i “rapporti di progresso”, il diario di Charlie. In quelle pagine seguiamo la sua evoluzione (e involuzione) non solo attraverso ciò che racconta, ma anche tramite il suo linguaggio, la sua sintassi, il modo in cui percepisce sé stesso e il mondo. Leggere quel diario è come instaurare un dialogo diretto con lui: ci rende partecipi dei suoi pensieri più intimi, quasi come se fossimo una parte della sua mente.

Il desiderio di Charlie di diventare intelligente emerge sin dalle prime righe e diventa un mantra che ritorna pagina dopo pagina, una ricerca continua di felicità e, per certi versi, un’ossessione. Ma questa stessa aspirazione si rivela anche una condanna: il romanzo ci mostra che l’intelligenza non è sinonimo di felicità e che sapere di più non sempre significa vivere meglio.

Il racconto mette in luce anche la solitudine di Charlie, una solitudine che cambia forma nel corso della storia: prima legata alla sua ingenuità, poi alle incomprensioni, alla saccenza, alla sensazione di superiorità, fino ad arrivare alla perdita di sé. Paradossalmente, l’unico vero amico che trova lungo il percorso è Algernon, il topolino che condivide con lui la stessa esperienza.

Un altro aspetto che mi ha colpita è la dualità tra il “nuovo” Charlie e il Charlie di prima, che sembra attendere nell’ombra. È sempre lui, in entrambe le versioni, ma leggendo il diario si ha quasi la sensazione di osservare due protagonisti distinti: uno che avanza e uno che, come un avvoltoio, aspetta il momento di riprendersi ciò che è suo.

Mi ha colpito molto anche il suo rapporto con i ricordi. Quando vive nel suo stato di “ignoranza”, il passato gli appare confuso; ma man mano che l’operazione ha successo e la sua mente si rischiara, tutto torna nitido, doloroso, difficile da affrontare. Vedere la realtà per ciò che è, scoprire che ciò che credeva giusto non lo era, o che le persone di cui si fidava non erano così affidabili, porta a chiedersi se, a volte, non sia davvero “meglio non sapere” per non soffrire. È una domanda che il romanzo lascia aperta: è preferibile rimanere nell’ignoranza per evitare il dolore, o essere intelligenti e consapevoli per affrontarlo?

In definitiva, Charlie mi ha fatto riflettere molto sulla nostra continua ricerca di essere migliori, di dimostrare qualcosa, di essere accettati. E su quanto spesso, in questo percorso, dimentichiamo la cosa più importante: accettare noi stessi per ciò che siamo.




 


martedì 3 febbraio 2026

Uomini e topi – John Steinbeck



Ho acquistato questo libro spinta dalle numerose recensioni entusiaste, sia sul romanzo sia sull’autore. Non avevo mai letto nulla di Steinbeck e così ho deciso di iniziare da questo titolo che, in realtà, è un racconto breve, poco più di cento pagine.

La storia segue due uomini, George e Lennie, che vagano per le praterie in cerca di lavoro nei ranch, con l’obiettivo di mettere da parte un piccolo gruzzolo per realizzare il loro sogno, che scoprirete leggendo. I due sono molto diversi: George è il più maturo e responsabile, nonostante la sua statura minuta; Lennie, invece, è grande e robusto, ma con l’ingenuità e la dolcezza di un bambino.

Non conoscevo la trama nel dettaglio, né il tipo di lettura che mi avrebbe atteso. Eppure, fin dalle prime pagine ho percepito che qualcosa sarebbe accaduto. È quella sensazione che provi quando decidi di fare qualcosa che sai ti porterà dove non devi, ma non riesci comunque a tirarti indietro. Ecco, questo è l’effetto che mi ha fatto il libro.

Pagina dopo pagina cresceva in me un’inquietudine sottile, come se stessi avanzando verso un punto di rottura inevitabile. E quando arrivi alla fine, capisci che in fondo lo sapevi già: il tuo inconscio aveva intuito tutto, anche se hai sperato fino all’ultimo che non sarebbe andata così.

L’ho letto tutto d’un fiato, non solo per la brevità, ma per la scrittura scorrevole e avvolgente che ti trascina dentro la storia e nei suoi personaggi. Perché non ci sono solo George e Lennie a dare vita al racconto: anche i personaggi secondari sono fondamentali, e con un po’ di attenzione si nota come siano tutti legati tra loro nel susseguirsi degli eventi, fino alla scena finale.

È una storia semplice, popolata da persone semplici e senza pretese, ma che nasconde temi profondi e tutt’altro che banali: la vecchiaia, il razzismo, la solitudine, la fiducia nel prossimo e, soprattutto, il valore dei sogni. Perché i sogni sono parte di noi, e spesso sono proprio loro a darci il carburante per andare avanti.

Lo consiglio? Sì, senza dubbio.

Questa storia mi è rimasta impressa, così come mi è rimasto nel cuore Lennie, con la sua ingenuità, il suo cuore d’oro, l’affetto per George e l’amore per i conigli. Ecco, i conigli: credo che, se un giorno ne accarezzerò uno, inevitabilmente penserò a Lennie, con una punta di malinconia.


 


Parole dal mondo: Ikigai, Wabi-sabi e Kintsugi

  ​Da qualche anno mi sono avvicinata alla filosofia giapponese e mi sono subito sentita a casa. Mi piace perché non è fatta di teorie diffi...