Ho già incontrato un libro di Gaia Rayneri: Controcorrente, una storia autobiografica molto bella che vi consiglio di leggere (trovate anche la mia recensione sul blog).
Incuriosita dal suo modo di scrivere e dalla
sua storia personale, ho deciso di leggere Pulce non c’è, che l’autrice
ha rivelato essere, da qualche anno, la vera storia della sua famiglia.
Il libro narra della famiglia Camurati: mamma
Anita, papà Gualtiero, Giovanna di tredici anni e la piccola Margherita, nove
anni, detta Pulce, una bambina con problemi di autismo. Un giorno la mamma va a
prenderla a scuola e scopre che Pulce non c’è: è stata portata via dagli
assistenti sociali per condurla in un “posto sicuro”. Da qui inizia l’incubo
della famiglia e la loro lotta per riportarla a casa.
La storia è narrata dalla voce di Giovanna, la
sorella maggiore, che ci racconta tutto attraverso i suoi tredici anni: in modo
semplice, a volte imperfetto, ma sempre emotivo, soggettivo e mai retorico o
patetico. Il suo modo di raccontare è spesso strano, quasi distorto, ma se si
presta attenzione tutto acquista senso e rappresenta perfettamente ciò che una
ragazzina della sua età vive mentre osserva il suo dolore e quello dei suoi genitori. È anche un
modo per mostrare come bambini e adolescenti, di fronte alla sofferenza, si
creino una bolla o un mondo parallelo per riuscire a sopravvivere emotivamente.
Ma in realtà non è solo la storia di Pulce: è
anche la storia di Giovanna, del suo crescere, del passaggio dall’infanzia
all’adolescenza, del non sapere quanto possa ancora permettersi di essere
bambina e quanto invece sia costretta a sentirsi grande. È anche un percorso di
accettazione di sé e del proprio corpo.
Il vuoto lasciato dall’assenza di Pulce è enorme.
Il tempo, per tutta la famiglia, sembra improvvisamente in eccesso: prima era
riempito dalle abitudini e dalle manie della piccola di casa. Dopo il suo
allontanamento, la casa sembra svuotarsi non solo fisicamente, ma anche
emotivamente. Ciò che prima era routine, ciò che sembrava solido e quotidiano,
viene a mancare. E non solo perché manca lei, ma perché nessuno sa più come
colmare quel vuoto.
Bellissima anche la descrizione affettuosa e
bizzarra che Giovanna fa della sorellina, raccontando il suo autismo senza
cadere nei luoghi comuni o negli stereotipi, ma restituendo la vera essenza di
Pulce:
“È una bambina autistica che non parla, ma questo non significa che non
abbia niente da dire.”
Sono rimasta molto colpita da questa storia, non
solo per l’ingiustizia che la famiglia ha dovuto affrontare, ma anche per la
scelta di raccontarla attraverso gli occhi di un’adolescente. Quegli occhi che
osservano ciò che noi adulti spesso non sappiamo vedere; quel modo di
raccontare tipico dei ragazzi, che si focalizzano su dettagli che, da adulta,
ho trovato a volte quasi ridicoli, ma non se mi immedesimo in una tredicenne. E
poi quel modo strampalato di descrivere le cose, che in alcuni momenti mi ha
aiutato a digerire ciò che stava accadendo alla famiglia e mi ha fatto
sorridere, anche quando avrei voluto entrare nel romanzo e prendere a schiaffi
qualcuno.
Pulce non c’è, ma vi assicuro che grazie a
Giovanna è come se fosse presente fisicamente in ogni pagina.
Vi consiglio di leggerlo: racconta una storia che
non dovrebbe mai essere vissuta da nessuno, ma allo stesso tempo ci mostra
quanto spesso siamo noi a voler vedere la diversità negli altri.
